Noi psicoanalisti amiamo tramandarci questa concreta presenza che abita i nostri studi, il bassorilievo di Gradiva. “Un caro volto” come ebbe a definirlo Freud. Un testimone passante del nostro stesso essere analisti.

Il risultato, assolutamente visionario, assolutamente sognato, torna a coniugarsi con le storie, con i particolari delle storie, con le parole delle storie.

Il percorso è in fondo il medesimo della talking cure: poter abitare il sogno e narrarlo a qualcuno, nel suo farsi.

La Gradiva

La novella di Wilhelm Jensen Gradiva. Fantasia pompeiana (1903) “…narra la storia di un individuo dalla mente conturbata, che per l’azione psicologica su di lui esercitata da una ragazza rinsavisce e si normalizza. I disturbi del protagonista, la loro origine chiaramente collegata ad una rimozione della sessualità, i sogni che egli fa, e le trasformazioni che attraverso i colloqui con la fanciulla subisce, sembrano vicende ideate da chi avesse una assai precisa conoscenza dei punti di vista di Freud. (259)”

Così recita l’Avvertenza editoriale dell’OSF al saggio di Freud su questo racconto Il delirio e i sogni nella “Gradiva” di Wilhelm Jensen (1905). A questo saggio la novella di Jensen deve la sua fama.

Norbert Hanold, il protagonista, è un archeologo dedito unicamente ai suoi studi la cui attenzione viene catturata da un bassorilievo di età ellenistica che rappresenta una fanciulla, caratterizzata da un incedere particolare, con il piede in posizione quasi verticale, poggiante unicamente sulle falangi, cui egli dà il nome di Gradiva, ‘colei che avanza’ appunto. Di questa fanciulla Norbert sognerà ripetutamente e su questa fanciulla costruirà il suo delirio. Scopriremo, nella risoluzione del racconto che una andatura simile era stata quella di una sua amica di infanzia, Zoe Bertgang, cui era stato particolarmente legato e che aveva poi “dimenticata”, al punto da non riconoscerla quando la incontrava. Norbert, ormai ossessionato dalla ricerca di questa particolare andatura nelle donne, convintosi sulla base di un sogno angoscioso, che Gradiva sia stata una giovane perita nel corso dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., decide improvvisamente di fare un viaggio primaverile in Italia. Questo viaggio, disturbato dalla costante presenza di giovani coppie in luna di miele lo condurrà a Pompei, dove incontrerà proprio quell’amica che lì si trovava per accompagnare il padre zoologo alla ricerca di una particolare lucertola. Scambiata in un primo tempo per una apparizione soprannaturale, Zoe, da sempre innamorata di lui, riuscirà a “curarlo” dal suo delirio, portandolo a ricordare il loro passato comune e riconducendolo alla realtà.

Il tema della fanciulla rappresenta un vero e proprio nodo della questione. Siamo all’inizio del ‘900, lo storico dell’arte Aby Warburg, studiando la rappresentazione del movimento in pittura nel primo Rinascimento “inventò l’incarnazione stessa di questo «muoversi all’antica» chiamandola Ninfa e identificò questa figura con l’ancella che porta un cesto di frutta nella Visita alla camera della puerpera del Ghirlandaio” (Fontana e Chianese “Corre, anzi vola o meglio, si libra …” 2009, 697). Individuò così nella Pathosformel Ninfa, che diviene la sua “magnifica ossessione”[1], l’incarnazione del ripetersi e del ritornare di questo movimento. (Munari 2010)

Si tratta del medesimo movimento che anima Gradiva.

“…dietro a loro, vicino alla porta aperta, corre, anzi vola, o meglio si libra l’oggetto dei miei sogni, che lentamente assume i tratti di un incubo affascinante. Una figura fantastica – un’ancella o una ninfa classica? – entra nella stanza… con un velo ondeggiante… quest’andatura vivace, agile e svelta, questa irresistibile energia, questo passo ampio in contrasto con la distaccata distanza di tutte le altre figure, che vuol dire tutto ciò? … basta ho perduto la testa per lei e nei giorni di ansia che sono seguiti l’ho vista dappertutto… In molte opere d’arte che avevo sempre amato, ho scoperto qualcosa della mia Ninfa.” Aby Warburg e André Jolles, Ninfa fiorentina, 1900

[1] E’ Lolita, la magnifica ossessione di Humbert Humbert. Lolita, la magnifica ossessione fu il titolo con il quale, nel 1955, Mondadori pubblicò la prima edizione italiana del romanzo di Nabokov. Cfr. anche Calasso R. (2005) La follia  che viene dalle ninfe. Adelphi, Milano

 

“il piede sinistro era avanti, e il destro sul punto di seguirlo toccava appena…” – incisa nella memoria o ricalcata nel bassorilievo, indicano il potere che ha lo stile (traccia  o scrittura) di condurre il delirio alla sua andatura o, si potrebbe dire, alla sua risoluzione terapeutica e alla sua guarigione.” Pierre Fédida

Quella che Aby Warburg (1905) definì Pathosformel, formula di pathos, formula e quindi ripetizione è un’immagine densa e antica, sovradeterminata, presente e perduta. Dove “La ninfa è … la cifra delle Pathosformeln che gli uomini si trasmettono di generazione in generazione e a cui legano la loro possibilità di trovarsi o di perdersi, di pensare o di non pensare. (Agamben Ninfe 2007, 53-54)”

Si tratta della medesimo processo che imprigiona Gradiva nel bassorilievo.

Warburg propose ventisei riproduzioni della Ninfa nell’arco dell’intera storia dell’arte nell’atlante Mnemosyne (1924-29) “Nessuna delle immagini è l’originale, nessuna è semplicemente una copia. … la ninfa non è una materia passionale cui l’artista deve dare nuova forma, né uno stampo cui piegare i propri materiali emotivi. La ninfa è un indiscernibile di originarietà e ripetizione, di forma e materia. Ma un essere la cui forma coincide puntualmente con la materia e la cui origine è indiscernibile dal suo divenire è ciò che chiamiamo tempo … (Agamben Ninfe 2007, 18)